Scriviamo qualcosa, si?

E proviamo a scrivere, senza nessun motivo in verità, senza nessnua vera direzione da raggiungere, solo così.

Magari per riuscire a stare sveglio, in mezzo al ciarpame di questo appartamento che tanto ha bisogno di me.

Il disordine è silenzioso, basso, strisciante. Non te ne accorgi, ma lui è li, dietro l’angolo. In uno stendino non riposto appena finito, in una chitarra nella sua custodia appoggiata un attimo, in un cuscino fuori posto. E non dorme mai. Tu non te ne accorgi, ma lui si alimenta della tua inezia, fagocita il tempo che credi di aver risparmiato, non fuggendolo, e se ne appropria, e lo mette da parte. Il tempo che ti ha rubato ha la forma di uno stencil che si stacca lentamente, ha l’aspetto di una scatola di libri ancora da liberare, di un cavo non proprio passato a dovere.

E rumina, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anche durante le vacanze, lo porti con te, il disordine, lo coccoli ogni giorno nell’oceano, e alla fine lo riporti a casa nella tua bella valigia esplodente e BUM! Lo liberi ad unirsi al suo fratello rimasto in continente.

E quando ha finito di ruminare, quando anche la tua coscienza finalmete si sveglia dal torpore e decide che si, è il momento di farsi presente, almeno stavolta, è quello il momento in cui realizzi il tutto. Ed è una sensazione orribile.

Ti senti sconfitto, ti senti abbattuto. Com’è possibile che sia successo così, sotto i miei occhi, e non me ne sia accorto? Chi ha portato qui questi calzini, chi ha messo qui questo costume, perché la valigia non è ancora nel suo soppalco, perché? E scavalchi gli oggetti per prendere una birra, e scivoli sopra alle briciole mentre cerchi i pop corn.

E lui ti guarda, e sornione ti sorride.

Sfida accettata.